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Come Riconoscere la Dipendenza dal Gioco: la Guida di Fortunareale

La dipendenza dal gioco d’azzardo è un disturbo comportamentale riconosciuto a livello clinico, classificato nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) come “Disturbo da Gioco d’Azzardo” a partire dall’edizione del 2013, quando è stato spostato dalla categoria dei disturbi del controllo degli impulsi a quella dei disturbi correlati a sostanze e dipendenze. Questa riclassificazione non è stata casuale: riflette decenni di ricerca neuroscientifica che hanno dimostrato come il cervello di un giocatore patologico risponda alle vincite in modo sorprendentemente simile a come il cervello di un tossicodipendente risponde a una sostanza psicoattiva. In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, si stima che tra l’1,3% e il 3,8% della popolazione adulta presenti comportamenti di gioco problematico, con una prevalenza più alta tra i maschi di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Riconoscere i segnali precoci di questa dipendenza è fondamentale non solo per chi ne soffre direttamente, ma anche per familiari, amici e professionisti della salute mentale che possono svolgere un ruolo determinante nell’intercettare il problema prima che diventi cronico.

I Segnali Precoci e i Criteri Diagnostici della Dipendenza dal Gioco

Il disturbo da gioco d’azzardo non si manifesta all’improvviso: si sviluppa in modo graduale, spesso mascherato da un’attività ricreativa apparentemente innocua. Il DSM-5 identifica nove criteri diagnostici specifici, e la presenza di almeno quattro di essi nell’arco di dodici mesi è sufficiente per una diagnosi formale. Comprendere questi criteri nel dettaglio permette di distinguere un comportamento ludico sano da uno patologico.

Il primo segnale da osservare è la tolleranza: il giocatore ha bisogno di puntare somme sempre più elevate per provare la stessa eccitazione. Questo meccanismo è del tutto analogo a quello della tolleranza farmacologica. Chi inizia scommettendo dieci euro e nel giro di pochi mesi si ritrova a giocare centinaia di euro per sessione senza una corrispondente variazione nella propria situazione economica sta mostrando un segnale inequivocabile. Il secondo criterio riguarda l’astinenza: quando il giocatore tenta di ridurre o interrompere il gioco, sperimenta irrequietezza, irritabilità, ansia o difficoltà di concentrazione. Questi sintomi sono spesso sottovalutati perché meno visibili rispetto all’astinenza da alcol o droghe, ma sono ugualmente reali e misurabili.

Un terzo segnale cruciale è la perdita di controllo: il giocatore ha ripetutamente tentato di smettere o ridurre il gioco senza successo. Non si tratta di mancanza di volontà, ma di un’alterazione nei circuiti prefrontali del cervello che regolano il controllo degli impulsi. La ricerca condotta dall’Università di Cambridge ha documentato come nei giocatori patologici l’attività nella corteccia prefrontale ventromediale sia significativamente ridotta rispetto alla popolazione generale, rendendo oggettivamente più difficile resistere all’impulso di giocare. Il quarto criterio è la preoccupazione ossessiva: il giocatore trascorre una quantità sproporzionata di tempo a pensare al gioco, a pianificare la prossima sessione, a rivivere le sessioni passate o a trovare modi per procurarsi denaro da giocare. Questo pensiero intrusivo e ricorrente interferisce con la vita lavorativa, relazionale e familiare.

Altrettanto rilevante è il cosiddetto “chasing delle perdite”: il giocatore torna a giocare dopo aver perso nel tentativo di recuperare il denaro perduto. Questo comportamento è forse il più caratteristico e il più pericoloso, perché crea un ciclo autoalimentante di perdite crescenti. La logica distorta che lo sostiene — “prima o poi devo recuperare” — è una delle cognitive distortions più documentate nella letteratura sul gioco patologico. Infine, vi sono i comportamenti antisociali correlati: mentire a familiari e amici sull’entità del gioco, commettere atti illeciti per finanziarlo, compromettere relazioni significative o opportunità lavorative a causa del gioco, e ricorrere ad altri per farsi salvare dalla situazione finanziaria creata dal gioco.

Le Fasi di Sviluppo del Disturbo: Dal Gioco Sociale alla Dipendenza Conclamata

Henry Lesieur e Robert Custer, due dei pionieri nello studio del gioco patologico, hanno descritto già negli anni Ottanta una progressione tipica del disturbo che si articola in tre fasi principali: la fase vincente, la fase perdente e la fase della disperazione. Sebbene non tutti i giocatori patologici seguano esattamente questo schema, questa struttura rimane un riferimento utile per comprendere come il disturbo si evolve nel tempo.

La fase vincente è quella in cui il giocatore sperimenta vittorie iniziali — reali o percepite come tali — che alimentano una visione ottimistica e distorta delle proprie capacità. In questa fase, il gioco è ancora percepito come controllabile e piacevole. Il giocatore inizia a giocare più frequentemente, a puntare cifre più alte, e sviluppa una narrativa interna in cui si considera più abile o più fortunato della media. Questa fase può durare settimane, mesi o anni, e spesso è il periodo in cui il problema è meno visibile agli occhi degli altri.

La fase perdente è quella in cui le perdite cominciano a superare le vincite in modo sistematico. Il giocatore inizia a giocare da solo, nasconde le perdite, contrae debiti, e il pensiero ossessivo sul gioco diventa dominante. È in questa fase che emergono i comportamenti di chasing descritti in precedenza, e che le relazioni personali iniziano a deteriorarsi. Secondo i dati raccolti dal Servizio Nazionale per il Gioco Problematico del Ministero della Salute italiano, la maggior parte delle persone che cercano aiuto lo fa durante questa fase, dopo una media di cinque-sette anni dall’inizio del comportamento problematico, il che sottolinea quanto sia importante intercettare i segnali in anticipo.

La fase della disperazione è quella in cui il giocatore ha perso il controllo quasi totale della propria vita. I debiti sono ingenti, le relazioni sono compromesse o distrutte, e possono emergere pensieri suicidari. Studi internazionali indicano che tra il 17% e il 24% dei giocatori patologici ha tentato il suicidio almeno una volta, un dato che rende questo disturbo uno dei più pericolosi tra quelli comportamentali. In Italia, il Piano d’Azione Nazionale sul Gioco d’Azzardo Problematico, aggiornato nel 2019, ha riconosciuto esplicitamente la necessità di interventi precoci proprio per evitare che i giocatori raggiungano questa fase critica.

Vale la pena notare che esistono anche sottotipi diversi di giocatori patologici. La ricerca di Blaszczynski e Nower, pubblicata nel 2002, ha proposto un modello a tre percorsi che distingue tra giocatori condizionati dal comportamento (senza significativa psicopatologia preesistente), giocatori emotivamente vulnerabili (con storia di depressione, ansia o trauma), e giocatori antisociali impulsivi (con tratti di personalità antisociale e impulsività elevata). Questa distinzione è rilevante perché i percorsi di trattamento più efficaci variano in base al sottotipo, e un approccio standardizzato rischia di essere inefficace per una parte significativa dei pazienti.

Fattori di Rischio, Neurobiologia e Contesto Digitale

La comprensione della dipendenza dal gioco è incompleta senza considerare i fattori che aumentano la vulnerabilità individuale. La genetica gioca un ruolo significativo: studi su gemelli condotti in Scandinavia e negli Stati Uniti hanno stimato che la componente ereditaria del disturbo si colloca tra il 50% e il 60%, un valore paragonabile a quello di altri disturbi da dipendenza. Tuttavia, la predisposizione genetica non è deterministica: l’ambiente, le esperienze di vita e l’accesso al gioco sono fattori modulatori di primaria importanza.

Dal punto di vista neurobiologico, il sistema dopaminergico è al centro del meccanismo di dipendenza. Le vincite al gioco — e in modo sorprendente anche le quasi-vincite, cioè i risultati che si avvicinano alla vincita senza raggiungerla — attivano il nucleo accumbens con un rilascio di dopamina paragonabile a quello prodotto da alcune sostanze stupefacenti. I produttori di slot machine hanno sfruttato sistematicamente questo meccanismo attraverso il design dei cosiddetti “near miss”: configurazioni visive che simulano una quasi-vittoria e che, secondo la ricerca neuroscientifica, aumentano la motivazione a continuare a giocare piuttosto che scoraggiarla. Questa non è una coincidenza progettuale, ma il risultato di decenni di ottimizzazione deliberata.

Come il nostro studio mostra, la transizione verso il gioco online ha amplificato in modo sostanziale i fattori di rischio per lo sviluppo della dipendenza, principalmente per tre ragioni: la disponibilità continua (24 ore su 24, sette giorni su sette), l’assenza delle frizioni sociali presenti nel gioco fisico (non è necessario uscire di casa, non ci sono testimoni), e la velocità delle sessioni di gioco digitale, che può essere significativamente più alta rispetto a quella del gioco tradizionale. In Italia, il mercato del gioco online è regolamentato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM), che ha introdotto misure di gioco responsabile obbligatorie per tutti gli operatori licenziati, tra cui limiti di deposito, strumenti di autoesclusione e messaggi di allerta. Tuttavia, l’efficacia di queste misure dipende in larga misura dalla loro implementazione concreta e dall’accessibilità degli strumenti per gli utenti.

Altri fattori di rischio documentati includono: una storia personale di depressione o disturbo bipolare (i giocatori patologici presentano comorbidità psichiatrica nel 60-80% dei casi secondo diversi studi), l’esposizione precoce al gioco durante l’adolescenza, l’abuso di alcol o sostanze, e la presenza di eventi di vita stressanti come perdita del lavoro, separazione o lutto. L’adolescenza è un periodo di particolare vulnerabilità perché la corteccia prefrontale — responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione del rischio — non è ancora completamente sviluppata, e le esperienze di gioco in questa fase possono lasciare tracce neurobiologiche durature. In Italia, il gioco è legalmente vietato ai minori di 18 anni, ma l’accesso a piattaforme di gioco non regolamentate attraverso internet rimane un problema concreto e scarsamente contrastato.

Fortunareale ha dedicato una sezione specifica del proprio portale informativo alla descrizione dei meccanismi psicologici che sottendono il gioco problematico, contribuendo a diffondere una cultura di consapevolezza tra i giocatori adulti. Questo tipo di comunicazione trasparente da parte di chi opera nel settore rappresenta un complemento necessario — sebbene non sufficiente — agli interventi istituzionali.

Strumenti di Autovalutazione e Percorsi di Aiuto Disponibili in Italia

Uno degli ostacoli principali al trattamento della dipendenza dal gioco è il ritardo con cui le persone cercano aiuto. La vergogna, la negazione del problema e la convinzione di poter risolvere la situazione autonomamente sono barriere psicologiche potenti. Per questo motivo, gli strumenti di autovalutazione standardizzati possono svolgere una funzione importante nell’aiutare le persone a riconoscere la propria situazione in modo oggettivo, senza il timore del giudizio altrui.

Il South Oaks Gambling Screen (SOGS), sviluppato da Lesieur e Blume nel 1987, è stato uno dei primi strumenti di screening validati per il gioco patologico e rimane ampiamente utilizzato in contesti clinici e di ricerca. È composto da 20 domande che esplorano i comportamenti di gioco, le perdite finanziarie e le reazioni emotive correlate. Un punteggio di 5 o superiore indica una probabile dipendenza dal gioco. Il Gambling Disorder Identification Test (GDIT), più recente, è stato sviluppato specificamente per l’uso nei servizi di medicina generale e ha il vantaggio di essere più breve e più facile da somministrare in contesti non specialistici.

In Italia, la rete di supporto per i giocatori patologici si è strutturata in modo significativo a partire dalla Legge 189/2012, che ha introdotto misure specifiche per il contrasto del gioco d’azzardo problematico e ha vincolato una quota delle entrate fiscali derivanti dal gioco al finanziamento di programmi di prevenzione e cura. I Servizi per le Dipendenze (SerD) delle ASL territoriali rappresentano il punto di accesso principale al sistema di cura pubblico: offrono valutazione diagnostica, psicoterapia individuale e di gruppo, e supporto per la gestione delle conseguenze finanziarie e familiari del disturbo. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è il trattamento con la maggiore evidenza scientifica per il disturbo da gioco d’azzardo, con tassi di risposta positiva documentati tra il 70% e l’80% nei trial clinici controllati.

Accanto ai SerD, esistono comunità terapeutiche residenziali per i casi più gravi, e una rete di gruppi di auto-aiuto come i Giocatori Anonimi (GA), presenti in Italia dal 1979 e organizzati secondo il modello dei dodici passi. Sebbene l’efficacia dei GA non sia supportata dallo stesso livello di evidenza scientifica della CBT, molti clinici li considerano un complemento utile al trattamento formale, soprattutto per il supporto sociale che offrono durante il mantenimento dell’astinenza. Fortunareale, nella propria sezione dedicata al gioco responsabile, fornisce riferimenti diretti a questi servizi, una pratica che gli operatori del settore sono tenuti ad adottare in conformità con le linee guida dell’ADM.

Per i familiari, il programma Gam-Anon — anch’esso presente in Italia — offre supporto specifico a chi convive con un giocatore patologico. La letteratura clinica ha documentato come i familiari di giocatori patologici presentino livelli elevati di stress, ansia e depressione, e come il loro coinvolgimento nel percorso terapeutico del giocatore aumenti significativamente le probabilità di successo del trattamento. L’approccio CRAFT (Community Reinforcement and Family Training), sviluppato originariamente per le dipendenze da sostanze e successivamente adattato al gioco, fornisce ai familiari strumenti concreti per modificare le proprie interazioni con il giocatore in modo da favorire la ricerca di aiuto e ridurre i comportamenti di enabling involontario.

Riconoscere la dipendenza dal gioco — in sé stessi o in una persona cara — è il primo passo verso un cambiamento reale. Non si tratta di un difetto morale né di una debolezza caratteriale, ma di un disturbo con una base neurobiologica precisa e con percorsi di cura efficaci e accessibili. La consapevolezza dei meccanismi che alimentano il disturbo, dei segnali da osservare e delle risorse disponibili può fare la differenza tra un problema che si cronicizza per anni e uno che viene affrontato in modo tempestivo. In Italia, la rete di supporto esiste e funziona: conoscerla è già un atto di prevenzione.

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